Addio - Marzia Astorino

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Addio

Racconti
Sai, ieri ti ho vista.
Al diciottesimo compleanno di Paola.
Prima ti ho sentita, ho avvertito la tua presenza, ho sentito il tuo profumo, poi finalmente, dopo tanto, sono riuscita anche a vederti.
Bellissima come sempre, come ti ricordavo. I capelli mogano, mossi come il mare inquieto e quel sorriso che ti ha sempre caratterizzata, l’ho sempre amato.
Avevi un vestito bianco molto semplice con del pizzo sulla parte del decolté, a coprire il tuo seno prosperoso. Quante battute che facevate con la mamma sul fastidio che vi dava. Ma a me è sempre piaciuto, è materno, credimi ti è sempre stato benissimo, anche se poi..
Più giù il vestito cadeva morbido fino alle caviglie, mi sembrava organza, ma sai che non me ne intendo molto di stoffe. Assomigliava molto al tuo abito da sposa, ti mancava solo il cappello bianco, ma sono certa che da qualche parte l’avevi, magari nascosto per non sembrare troppo Rossella O’Hara.
La serata era calda e afosa, come sempre il 2 di agosto, come quando ti senti appiccicare tutto addosso e andresti in giro completamente nudo per evitare il contatto della pelle con qualsiasi cosa. Ma tu non sudavi per nulla, anzi, avevi sempre il tuo sorriso, i tuoi occhi brillanti, il trucco perfetto e delicato, una visione celestiale. Non riuscivo a smettere di fissarti e forse qualcuno se n’è anche accorto. Ho voluto imprimere nella mia mente ogni tuo particolare. La collana di perle, gli orecchini abbinati, le scarpe bianche con un tacco non molto alto che non ti è mai servito. La pelle liscia, l’ombretto rosa appena accennato, il rossetto perlato a dare risalto alle labbra carnose.
Poi ci siamo messi tutti a parlare, e tu stavi un po’ in disparte, forse ti sei sentita esclusa, ad un certo punto ho creduto persino di averti persa di nuovo. Non ti vedevo più e una morsa mi aveva preso lo stomaco, mi sentivo in colpa per non averti coinvolta, ma era difficile farlo.
Non era giusto, non potevi essere già andata via. Dov’eri finita? Qualcuno mi stava parlando, ma io non lo ascoltavo più, continuavo a cercarti affannosamente con lo sguardo prima sotto il portico, poi  in casa, in giardino.
Ah, che sospiro di sollievo. Eccoti, dietro la colonna. Te ne stavi lì un po’ isolata ad osservare il prato e quegli alberi a casa di zia Betty, chissà quante volte li avrai visti e quanto ti mancavano.
Hai ragione, sono rassicuranti. Sono sempre lì e anche se non li vedi per un po’ quando torni sembra che non sia cambiato nulla. Quando mi sono messa vicino a te ti sei spostata di nuovo, non mi hai detto una parola e in fondo posso capirti.
Ti sei avvicinata di nuovo agli altri e li hai osservati tutti, uno ad uno. Zio Ivano rideva e brindava con papà, zia Betty, la rabbia di tutti, mangiava due pasticcini alla volta, tanto lo sappiamo che non ingrassa mai di un etto. Mamma  scherzava con Dario e Michele e rideva forte. Erica e Daniela facevano avanti e indietro per controllare i bimbi nelle culle. Paolo parlava con Sara e Gianluca dello squadrone messo in piedi dall’Inter. Quante cose sono cambiate da quando te ne sei andata. Il quadretto sembrava farti ridere e io ne sono stata felice.
Fino a quando non hai posato gli occhi sullo zio Carmelo, tuo marito, nei cui occhi a volte riesco a vedere un vuoto infinito che non potrà mai più essere colmato. Poi, voltandoti ancora hai visto Danilo che faceva gli auguri a Paola. Non sorridevi più.
Il tuo viso aveva cambiato espressione, era contratto. Vedevo la prima lacrima che luccicava al riflesso della luce delle lanterne.
No, no, non dovevi piangere, era un momento di festa e finalmente c’eri di nuovo anche tu con noi, non dovevi rattristarti. Ma il tuo sguardo era fisso su di loro, sui tuoi figli così cresciuti, così desiderati, così amati. Paola era così piccola e Danilo aveva ancora tanto bisogno di te e Dio sa quanto tu avevi bisogno di loro. Ora devi essere contenta perché ce l’hanno fatta. Sono in gamba, bellissimi, ti amano tanto e ti assomigliano da morire, sai.
Paola ha i tuoi capelli, il tuo viso, il tuo stesso sorriso, ma soprattutto è allegra ed è esilarante proprio come lo eri tu. Danilo è forte, come te. E’ diventato un uomo. So che avresti da ridire su come si veste, glielo dicono sempre anche mamma e zia, ma lui è bello così, anarchico. E’ una persona splendida, responsabile, ha un sacco di amici. Sai abita da solo, anzi con un cane e un gatto. Ma certo che lo sai, tu sai tutto di loro e di noi, sicuramente li hai sempre protetti da dove stai adesso.
Li hai guardati e riguardati tra il riso e il pianto, tra soddisfazione e malinconia. La stessa malinconia che ci fa pensare che in queste feste manca sempre qualcuno e non ci permette di essere mai completamente felici.
Perché ci hai lasciati, perché sei stata strappata così dalla vita? Avevamo ancora bisogno di te.
Avrei voluto abbracciarti, stringerti forte, parlarti, chiederti, raccontarti un milione di cose, tutte quelle che mi venivano in mente, anche le più sceme solo per trattenerti più a lungo. Ma tu non potevi e io lo sapevo perfettamente. Capii che il tempo a disposizione era scaduto quando ti girasti verso di me. Mi sorridesti a tuo modo e io rimasi come imbambolata a guardare il tuo viso ormai sfocato, poi una brezza fresca mi fece venire i brividi e non riuscii più a vederti.
Ciao zia Gina.


 
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