Sveglia - Marzia Astorino

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Sveglia

Racconti
Stropiccio gli occhi, mi giro lentamente sotto le coperte calde.
M stiracchio come un gatto, gusto il finale del sogno ancora in mente, del bacio rubato al ragazzo della mia amica, un vero figo.
Richiudo gli occhi e mi copro fino al mento, tanto la sveglia non è ancora suonata e mi godo quel momento.
Quel tepore mi riporta in quella casa, a quel fuoco nel camino, a lui, alla sua bocca, ai suoi capelli neri, ai vestiti sul pavimento, alla sua mano forte, al suo corpo sul mio.
Stringo forte le lenzuola, vorrei che fosse realtà, ma non può essere perchè lui è di un'altra, e non di un'altra qualsiasi, di Pamela.
Ma non mi importa, non adesso, non nel mio sogno e non nel mio letto.
Vedo filtrare una luce fioca dalla persiana che crea delle strane ombre sul mobile dell'armadio e gioco ad indovinare che figure sono. In una ho riconosciuto il mio prof di latino trafitto da una lancia.
Che strano, però, luce dalla persiana? Dev'essere proprio una bella giornata se prima delle 7.00 c'è già luce. Sorrido. Mi domando che ore siano. Sono felice di essere così sveglia, di sentirmi pronta ad affrontare quel maledetto esame per cui ho studiato fino a notte fonda. Raggiungo la sveglia sul comodino e guardo l'ora. Mi strofino gli occhi in maniera vigorosa. Riguardo la sveglia con una strana ansia nel cuore.
Quella stramaledetta sveglia segna le 09.00.
Il sangue mi gela nelle vene e nello stesso tempo sento un rigagnolo di sudore che mi imperla la fronte.
Lancio indietro le coperte, mi alzo di scatto, mi gira la testa e mi viene da vomitare, ma non m'importa. Spalanco l'armadio con le ombre, altro che prof trafitto, tra poco sarà lui a trafiggere me.
Cerco qualcosa da mettere, ma è buio. Che idiota, non ho acceso la luce. Mi rilancio sul letto e schiaccio l'interruttore. In un secondo sono di nuovo davanti all'armadio. Cerco una gonna, no, no, non va bene per quell'esame, allora cerco uno stronzo pantalone, un jeans, un maglione, un maledetto maglione.
Niente!
Non trovo nulla che si abbini e so che è impossibile. Così decido di rimandare il problema a dopo. Mi infilo sotto la doccia, l'acqua è fredda, il riscaldamento è spento perché a quell'ora non è previsto che io sia ancora in casa. Quando finisco di fare la doccia, l'acqua comincia a diventare tiepida e mi infurio ancora di più.
Recupero l'accappatoio ghiacciato, prendo il phon e provo ad asciugare i capelli lunghi tre metri maledicendomi per non aver mai deciso di tagliarli a zero.
Passo davanti alla macchinetta del caffè per tornare in camera agognando quel liquido bollente, ma non posso è troppo tardi.
Ritorno alla questione vestiario. Alla fine metto un paio di jeans pur consapevole che il prof. Cariatide odia quel tessuto quasi quanto odia me, ma non ho scelta, è tardi. Essendo ancora umida, per quell'operazione impiego un preziosissimo minuto in più del previsto. Cerco il maglione blu col collo alto, ma niente da fare, quello stronzo si è imboscato chissà dove. Devo trovarlo, è il mio portafortuna.
09.20
Non posso più cercarlo, è tardi.
Dalla fretta pesco nel mucchio il maglione più schifoso che ho, quello rosa pallido che mi ero ripromessa di buttare almeno due anni prima.
Sono costretta a guardarmi allo specchio. Sono un vero cesso.
09.25
Ripasso davanti alla macchinetta, ma non mi lascio tentare e intanto sento in bocca quella saliva pastosa mischiata ad un sapore orribile e acido che probabilmente è pura bile del fegato.
Ma non posso fare altro, è troppo tardi. Le interrogazioni sono iniziate da mezz'ora e il prof odia i ritardatari. Apro la persiana e un vento gelido investe me e i miei capelli praticamente ancora bagnati. Stasera sarò a letto con la bronchite. Poco importa. Cerco le scarpe sul portico.
09.30
Eccole! Mi allungo per prenderle con le mani, ma non ci arrivo, così decido di saltare sopra le altre, rischiando di rompermi una caviglia, e di infilarci direttamente il piede.
Merda! No, non l'esclamazione, proprio merda!
Sento qualcosa di molliccio e di bagnato che impregna le calzine bianche immacolate che ho appena messo e mi torna la nausea. Sento in testa la voce di mia madre che mi raccomanda di non lasciare le scarpe fuori perché qualche animale può farci dentro i suoi bisogni. Mi maledico per non averla ascoltata.
Mi guardo intorno per capire se qualche vicino mi ha vista. Potrei ucciderlo. Fortunatamente non vedo nessuno, certo gli altri hanno sentito la sveglia e sono già tutti fuori casa.

09.40
Persi ben dieci preziosissimi minuti a commiserarmi e a pensare al da farsi.
Tolgo il piede sporco di merda dalla scarpa e lo infilo in un altro paio. Non c'è tempo per lavarlo, è sempre più tardi.
09.45
Infilo il cappotto e un cappello per evitare che la bronchite sopraggiunga prima di sera e mi stronchi prima che possa raggiungere l'aula. Prendo la borsa e chiudo casa.
09.50
Senza fiato per la camminata veloce per cui avrei potuto battere il nuovo record mondiale come maratoneta, raggiungo l'autobus che mi carica provvidenzialmente in corsa.
10.05
Ingorgo stradale. Non ce la farò mai.
10.25
Sono morta.
10.42
Scendo dall'autobus scapicollandomi e raggiungo la metro, scendo le scale e vedo sfrecciare un vagone appena partito.
10.46
Il tabellone dice che il prossimo treno passerà fra due stramaledettissimi minuti. Intanto decido di infilare in bocca una caramella per evitare di uccidere gli altri passeggeri col mio fiato.
10.49
Salgo sul vagone.
11.04
Fermata. Scendo spintonando chiunque mi si pari davanti, compresi vecchietti e bambini, non me ne frega niente.
Risalgo in superficie e corro scoordinata come una pazza raggiungendo la facoltà.
11.11
Vedo i miei amici fuori dall'aula che mi guardano.
“Ma dov'eri finita? Sono tre ore che cerchiamo di chiamarti, ma hai il cellulare spento? La lezione è saltata, il professore non si è visto.”
“Ma cos'è questa puzza di merda?”

 
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